Rispettare davvero: oltre le buone intenzioni

Non è il palco che fa la differenza. È lo sguardo di chi osserva.

         Rimango spesso colpita — e, a volte, profondamente delusa — dal comportamento delle persone cosiddette normodotate nei confronti della disabilità.
Mi capita di osservare situazioni in cui, pur partendo da buone intenzioni, qualcosa si perde.
I ragazzi con disabilità hanno sempre una loro dignità, una loro energia, un desiderio autentico di fare, di dire, di esserci.
Eppure, questo slancio non sempre viene accolto nel modo giusto.

Ricordo, da bambina, le recite organizzate dagli operatori. Le canzoncine, gli applausi continui, quell’entusiasmo un po’ forzato che riempiva la stanza.
A volte partecipava anche mio fratello Antonio. Io lo guardavo e, dentro di me, sentivo qualcosa che non tornava.
Lo osservavo mentre si muoveva su quel palco e pensavo:
“Ma che ci fai tu qui?”
Lui che ballava. Lui che ascoltava la musica della mia generazione, della nostra casa, delle nostre giornate insieme.
E invece era lì, a ballare spesso controvoglia il “carosello”, dentro qualcosa che non gli apparteneva.
A volte mi dicevo che forse ero io a non capire. Che forse a lui apparteneva davvero. Ma non era così.
Un giorno disse a mia madre che avrebbe fatto un’ultima recita a teatro — quella in cui ballava il tango — e che poi non ne avrebbe più fatte.
Credo che non avesse davvero interesse neanche per quella, ma la fece per non dispiacere all’operatrice che l’aveva preparata con grande entusiasmo.
Andò benissimo. Con grande dignità fece una bellissima performance, insieme all’operatrice — che seppe accompagnarlo con rispetto, senza mai metterlo in difficoltà. In quella unica recita ho riconosciuto mio fratello: c’erano la sua eleganza, la sua calma, il suo modo di essere.
Il ballo era adatto a lui. Era davvero bravo. Aveva imparato da piccolo, anche con me, a seguire le vibrazioni della musica, a sentirla nel corpo, persino ad ascoltarla nonostante la sua ipoacusia.
Ma il teatro preferiva comunque viverlo da spettatore, non da protagonista soprattutto se doveva cimentarsi come attore!
Da spettatore poteva essere accompagnato, aiutato a comprendere, sostenuto anche attraverso altri linguaggi.
Come attore questo non era possibile. Sul palco non vedeva le scenografie, non percepiva gli spazi. Il suo udito non gli permetteva di cogliere le parole, i tempi, i segnali.
Le espressioni del viso, all’epoca, non venivano ancora accompagnate attraverso il tatto — come invece abbiamo sempre fatto noi in famiglia, e come ho poi portato nel lavoro con i ragazzi del CaroAnto.
E così finiva per sentirsi come una marionetta che si muove senza davvero sapere perché.

Oggi mi chiedo:
cosa sarebbe cambiato se una persona normodotata fosse salita sul palco con lui?
Non per mettersi in mostra, ma per dare visibilità alle sue capacità. Se qualcuno fosse stato capace di accompagnarlo davvero, rimanendo “dietro le quinte” pur stando accanto a lui.
All’epoca ero troppo piccola: non mi era ancora possibile fare ciò che faccio oggi. Avremmo potuto trasmettere un vero messaggio di integrazione, di conoscenza, di appartenenza. Un messaggio che il “carosello”, da solo, non può dare.

Ed è proprio qui che nasce la mia riflessione.
Ciò che vedo, ancora oggi, è una gentilezza che a volte si trasforma in superficialità. Un’attenzione che, invece di valorizzare, finisce per abbassare. Il linguaggio cambia, si semplifica oltre il necessario, perde eleganza. Diventa infantile, anche quando ci si rivolge a una persona adulta. E questo, più che aiutare, rischia di creare distanza. Non è una questione di comprensione. Si può parlare in modo semplice ed essere comunque rispettosi, educati, attenti alla dignità dell’altro.
Le persone imparano dall’ambiente in cui vivono. I ragazzi con disabilità, esattamente come tutti gli altri, osservano, imitano, interiorizzano ciò che ricevono. Se intorno a loro trovano rispetto, useranno rispetto. Se trovano superficialità, restituiranno superficialità.
Perché le immagini non sono curate con la stessa attenzione che si avrebbe per chiunque altro?
Perché si accetta — e a volte si incoraggia — qualsiasi esposizione pubblica, senza chiedersi davvero come quella persona verrà percepita?
Persone con disabilità che salgono su un palco per cantare, anche quando il canto non è nelle loro possibilità.
Applausi, sorrisi, entusiasmo. Ma a quale prezzo? Davvero questo è valorizzare? O è, invece, un modo — inconsapevole — di esporre l’altro a una forma di ridicolizzazione? Non tutto ciò che una persona desidera fare va automaticamente sostenuto.

Se quel “fare” rischia di metterne in discussione la dignità, allora non è inclusione.

Una persona normodotata che non sa cantare difficilmente verrebbe incoraggiata a esibirsi su un palco — a meno che non si tratti di uno scherzo tra amici. Le verrebbe detto, con rispetto, che forse il suo talento è altrove. Perché questo stesso principio non dovrebbe valere anche per una persona con disabilità? Proteggere non significa limitare. Significa accompagnare. Significa aiutare ciascuno a trovare il proprio spazio, quello in cui può esprimersi davvero, con autenticità e valore. Se una persona desidera salire su un palco, la domanda non è: “può farlo?” 
Ma: “come può farlo, e cosa può fare, restando nella sua dignità?”
Forse cantando, se ne ha le capacità. Forse partecipando, raccontando, trovando una forma che le appartenga davvero. Il punto non è adattare la persona a un’idea generica di inclusione. Il punto è adattare il contesto alla persona. Questo, per me, è rispetto. Questo è amore.
E questo è ciò che, nel profondo, chiamiamo inclusione.

Il CaroAnto chiede proprio questo: uno sguardo capace di riconoscere la dignità di ogni persona e, allo stesso tempo, la delicatezza di accompagnarla a stare nel mondo — e con gli altri — nel modo più autentico possibile 💛

Dott.ssa Carolina Amelio
Presidente e Direttrice psico-educativa
CaroAnto Amelio APS
Ideatrice del CaroAnto Method®
Certified Access Bars® Practitioner

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