Interrompere una terapia: un legame che merita rispetto

“Ogni relazione terapeutica nasce dalla fiducia. Quando si interrompe, non si chiude un percorso, ma una storia condivisa.”

Ogni percorso terapeutico nasce da un rapporto di fiducia reciproca. Quando quella fiducia si interrompe, non si chiude soltanto un percorso, ma una storia condivisa.
(Solo in situazioni gravi — come in caso di abuso psicologico, verbale o fisico — è necessario interrompere immediatamente la terapia.)

Può accadere, nel corso di un cammino terapeutico, di avvertire la necessità o il desiderio di una sospensione. Le ragioni possono essere molteplici: esigenze organizzative, difficoltà economiche, cambiamenti di vita, dubbi sul momento opportuno per proseguire, oppure anche la scelta, da parte di un genitore, di interrompere la terapia del proprio figlio.

In alcuni casi questa decisione può risultare comprensibile; in altri, meno. Tuttavia, vi è un aspetto fondamentale che spesso viene ignorato e che merita di essere spiegato con calma.

La terapia di sostegno o di potenziamento — emotivo e/o cognitivo — e, in realtà, qualsiasi percorso terapeutico, non consiste semplicemente in una sequenza di esercizi o attività. Non è una ripetizione di movimenti o parole: è una relazione.

È un legame di fiducia che si costruisce nel tempo tra il paziente e il terapista.
In questo legame trovano spazio l’ascolto, la pazienza, l’empatia e la costruzione lenta e delicata di un “sentirsi al sicuro” reciproco: il paziente impara a fidarsi e ad affidarsi, mentre il terapista impara a conoscere, comprendere e sintonizzarsi con il suo modo di essere e di comunicare.

Quando questo legame si interrompe bruscamente, qualcosa si spezza; non solo nel paziente, che può faticare a ritrovare la stessa sicurezza e confidenza, ma anche — e talvolta ancor di più — nel terapista, che ha bisogno di continuità e fiducia per poter svolgere il proprio lavoro con efficacia e serenità.

Quando la relazione si interrompe, entrano in gioco anche altre dimensioni importanti, come quella familiare.
Il genitore che spinge il proprio figlio a interrompere la terapia dovrebbe prima fermarsi a riflettere con sincerità sulle motivazioni di quella scelta.
È importante chiedersi se il ragazzo sia davvero pronto a sospendere il cammino terapeutico, o se lo faccia per compiacere, per timore di dispiacere o per dinamiche che non riesce ancora a esprimere.

Allo stesso tempo, è essenziale rispettare la relazione di fiducia che si è creata tra il figlio e il terapista.
Quel legame appartiene al giovane e rappresenta per lui uno spazio sicuro e protetto, che andrebbe preservato con attenzione e rispetto.

Il terapista, dal canto suo, porta con sé sensibilità, emozioni e un coinvolgimento autentico nel percorso condiviso.
Per questo, dopo una brusca interruzione, può non riuscire a ritrovare subito la serenità e la disponibilità emotiva necessarie per lavorare con autenticità e dedizione.
In alcuni casi, può scegliere di non riprendere il percorso: non per chiusura o mancanza di disponibilità, ma per il bisogno di tutelare se stesso, la relazione con il giovane paziente e la propria professionalità.

Riflettere insieme sulle motivazioni di una sospensione può diventare un momento prezioso di confronto e di cura reciproca.
A volte il bisogno di fermarsi nasce da un malinteso o da un momento di fatica; altre volte rappresenta una tappa naturale di crescita.
Ciò che conta è mantenere aperto il dialogo, riconoscendo il valore del legame costruito e la sensibilità di tutte le persone coinvolte.

Vi sono anche situazioni in cui la sospensione della terapia avviene per una ragione naturale e positiva: la conclusione di un ciclo, il raggiungimento di determinati obiettivi o la necessità di una pausa per consolidare i progressi raggiunti.
In questi casi, riprendere la terapia dopo un periodo di pausa può essere non solo possibile, ma anche stimolante e fruttuoso.
A volte è proprio un tempo di “respiro” a consentire al paziente di interiorizzare quanto appreso, crescere, fare nuove esperienze e tornare con risorse e bisogni rinnovati su cui lavorare.

La metodologia CaroAnto lavora sull’autostima, sull’autonomia di scelta, sull’imparare a volersi bene, sul chiedere aiuto e sul diventare una persona con una propria identità — non a somiglianza di qualcun altro.
Tutto questo prende forma attraverso alcune regole semplici ma profonde, che aiutano ciascuno a crescere nel rispetto di sé e degli altri:

  • rispettare il gruppo,

  • saper accettare le scuse di chi riconosce un errore,

  • concentrarsi sui propri traguardi senza giudicare o imitare quelli degli altri,

  • comprendere che anche chi ci vuole bene può sbagliare e imparare a capirne i motivi.

Solo dopo questi passaggi si lavora su un livello più profondo, accogliendo se stessi con autenticità e consapevolezza.

Dott.ssa Carolina Amelio
Direttrice psico-educativa
CaroAnto Amelio APS


 

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